C'è un momento preciso in cui un’illusione economica svanisce: quello in cui gli attori che dovrebbero beneficiare della massima libertà di mercato iniziano a invocare, con urgenza, l’intervento del legislatore. Nel Regno Unito quel momento è arrivato. Oltre 100 organizzazioni — tra cui giganti della GDO come Marks & Spencer, Co-op, della ristorazione come Elior e Sodexo, multinazionali come Danone — hanno firmato un appello senza precedenti per l’introduzione di una “Good Food Bill”, una legge per il buon cibo.
Non è una richiesta di sussidi, ma una dichiarazione di resa: il sistema alimentare è in una fase di "crash" e il mercato, da solo, non ha gli strumenti per riavviarsi.
La coalizione dei realisti: chi sono e cosa chiedono
Il fronte è vasto e politicamente trasversale. Accanto ai retailer siedono la British Medical Association, il WWF e grandi società di gestione patrimoniale. Ciò che chiedono è una legge primaria che trasformi la salute e la sostenibilità da "opzioni di marketing" a obblighi statutari.
Nello specifico, la coalizione chiede:
- Target legalmente vincolanti per ridurre l’obesità e le malattie legate alla dieta.
- Obblighi di trasparenza per le imprese sui volumi di vendita di prodotti sani rispetto a quelli ultra-processati.
- Piani di resilienza nazionale per proteggere le catene di approvvigionamento dagli shock geopolitici e climatici.
L'obiettivo è sottrarre la politica alimentare alla volatilità dei cicli elettorali, creando un quadro normativo certo che permetta alle aziende di investire nel lungo periodo senza il timore di essere scalzate da competitor meno etici.
La fine dell’illusione: perché il mercato non si autoregola
Il segnale che arriva da Londra è fondamentale per misurare il livello di allarme globale. Per anni ci è stato raccontato che il mercato si sarebbe autoregolato grazie alle scelte consapevoli dei consumatori e alla sovrana legge della domanda e dell’offerta. La realtà scientifica ed economica racconta una storia diversa, quella del Phishing Equilibrium (l'equilibrio dell'inganno come descritto dai premi Nobel per l’economia Akerlof e Shiller).
In un mercato alimentare iper-competitivo e deregolamentato, se un'azienda può generare profitto sfruttando le debolezze biologiche dell'uomo (la dipendenza da grassi, zuccheri e sale a basso costo), lo farà. E se lo fa una, tutte le altre sono costrette a seguirla per non perdere quote di mercato. È un vicolo cieco dove l’efficienza del mercato non produce benessere, ma una corsa verso il basso che consuma la salute pubblica come se fosse un combustibile fossile.
Siamo di fronte ad un corollario della classica tragedia dei beni comuni: ogni attore massimizza il proprio profitto nel breve termine, distruggendo nel lungo periodo la risorsa collettiva (la salute dei cittadini e la resilienza del suolo). L'appello dei retailer è l'ammissione che questa "mano invisibile" è diventata autolesionista.
Il Doomsday Clock alimentare
Se esistesse un Doomsday Clock per il sistema alimentare, le lancette sarebbero ormai allineate con quelle della catastrofe climatica e geopolitica. Il "Food Crash" non riguarda solo i prezzi sugli scaffali; è l'intersezione esplosiva tra:
- Crisi Sanitaria: Con il 35% dei bambini britannici in sovrappeso al termine delle elementari, il sistema sanitario nazionale (NHS) è vicino al collasso finanziario.
- Sicurezza Nazionale: La dipendenza da catene di approvvigionamento globali fragili, colpite da guerre e modelli meteorologici estremi, espone il Paese a carenze strutturali.
- Vulnerabilità Tecnologica: Un sistema che ottimizza solo il costo logistico ignora la fragilità biologica delle monocolture e della perdita di biodiversità.
Un monito per l’Italia: oltre l'eccezione tricolore
L'Italia guarda a questo scenario con la sufficienza di chi si sente protetto dalla Dieta Mediterranea. È un'illusione pericolosa. Sebbene il nostro sistema sia più frammentato e radicato nel territorio, le dinamiche del "crash" sono già visibili: l'obesità infantile nel Sud Italia è tra le più alte d'Europa e la pressione sui prezzi sta svuotando di valore le nostre filiere agricole.
L'esempio britannico deve essere uno stimolo per i nostri retailer, l'industria e la scienza a compattarsi preventivamente. Dobbiamo superare l'idea che la regolamentazione sia un "freno" e iniziare a vederla come l'unico paracadute possibile.
Nonostante le differenze significative tra UK e Italia, il dato di fondo è che il cibo buono è quello sano e sostenibile: se il mercato non è in grado di garantirlo da solo — e la scienza ci dice che non lo è — allora è tempo che la politica riprenda il suo ruolo di arbitro, prima che l'orologio segni la mezzanotte.
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Appendice. I dati chiave nel confronto UK - Italia
Il Sintomo: L'epidemia di obesità infantile
Il dato più allarmante riguarda il futuro. Sebbene l'Italia sia la patria della Dieta Mediterranea, i numeri raccontano una storia di "erosione culturale" rapida.
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Indicatore
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Regno Unito (UK)
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Italia (IT)
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Eccesso di peso (bambini 8-9 anni)
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~34-36%
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~27-30% (Picchi del 40% al Sud)
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Tasso di obesità (adulti)
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~28%
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~11%
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Analisi: L'Italia ha un "cuscinetto" generazionale (gli adulti mangiano ancora meglio), ma i bambini italiani stanno convergendo pericolosamente verso i livelli britannici. Il "crash" sanitario in Italia è solo posticipato di una generazione.
La Causa: Il divario di prezzo per caloria
Il motivo per cui il mercato non si autoregola è economico. Mangiare sano è diventato un lusso per le fasce a basso reddito.
- Regno Unito: I cibi sani costano mediamente £9.03 per 1000 kcal, contro i £3.48 dei cibi meno sani. Il gap è di circa 2.6 volte.
- Italia: Nonostante l'abbondanza di materie prime, l'inflazione ha colpito duramente l'ortofrutta (+15-20% negli ultimi anni). Il divario tra una dieta basata su farinacei raffinati/grassi e una dieta mediterranea fresca si sta attestando su un rapporto di 2.1 a 1.
Il Phishing Equilibrium in azione: Se una famiglia deve sfamare quattro persone con un budget limitato, il mercato la "spinge" razionalmente verso le calorie vuote.
Il Motore: La penetrazione degli Ultra-Processati (UPF)
Gli alimenti ultra-processati sono il motore del fallimento del sistema. Sono economici, hanno una shelf-life lunghissima e sono progettati per essere iper-palatabili. Un alto impatto ambientale è quasi sempre attribuibile a questa categoria di prodotti. Ma nella complessità dell'offerta UPF non mancano prodotti sani e sostenibili. Infatti sarebbe meglio usare il termine junk food o cibo spazzatura per individuare gli alimenti che hanno alto impatto ambientale e anche nutrizionale.
Per dare un senso alla ampia categoria degli UPF c'è una regola aurea che ci orienta: non tutti gli ultraprocessati sono cibo spazzatura ma tutto il cibo spazzatura è ultraprocessato.
- UK: Oltre il 50% della dieta media britannica è composta da UPF. È il dato più alto in Europa.
- Italia: Siamo ancora tra i più bassi d'Europa (~17-20%), ma il consumo tra gli adolescenti sta crescendo a doppia cifra.
Perché è un crash: Gli UPF distruggono la biodiversità (usano poche materie prime standardizzate come mais, soia e olio di palma) e generano costi sanitari enormi che il mercato non paga (esternalità).
La Struttura: Retailer e Potere di Mercato
- UK: Mercato iper-concentrato (Tesco, Sainsbury’s, Asda e Morrisons controllano oltre il 65%). Se questi quattro cambiano rotta, cambia la nazione. Per questo la "Good Food Bill" ha senso lì: poche teste, grande impatto.
- Italia: Mercato frammentato (Conad, Coop, Selex, Esselunga, ecc.). La sfida qui è la coordinazione.
Gli scenari principali sono due:
a) Senza una legge nazionale (la versione italiana del Good Food Bill), nessun retailer italiano avrà il coraggio di muoversi per primo per paura di perdere quote di mercato a favore dei discount.
b) Nelle more dell’azione politica i leader della filiera agroalimentare estesa (industria di trasformazione, retailer, ristorazione collettiva) si faranno carico di imprimere una nuova direzione al sistema alimentare, soprattutto nella gestione dei rapporti con l’agricoltura e con i consumatori.