C'è un filo rosso che parte dalla scrivania di Trump e Netanyahu, passa per i missili che hanno colpito i vertici del regime iraniano, incrocia i prezzi della benzina giunti ai massimi dal 2023 e finisce dritto nel carrello della spesa, dove l'inflazione e la volatilità dei prezzi saranno protagonisti per i mesi a venire. E lo so, non è bello da dire, ma è un filo che paradossalmente rende più semplice e concreto parlare di sostenibilità.
Non quella dei green claims e delle rendicontazioni, che sino a oggi sono rimaste al palo in quanto a capacità di ridurre l'impronta del largo consumo — e di cui ci occuperemo più avanti per i numerosi aggiornamenti normativi in arrivo. Parliamo di una sostenibilità che si misura nel reale contributo al benessere delle persone e del pianeta, nel rispetto dei suoi limiti, nella soddisfazione di quei bisogni che sono parenti stretti dei diritti. Il cibo che mangiamo è direttamente connesso alla salute; altrettanto lo è la capacità della distribuzione di garantire prezzi accessibili per una spesa equilibrata nutrizionalmente.
E se il percorso dai missili al carrello e alla salute non è chiaro, proviamo a spiegarlo meglio. La guerra fa salire i prezzi perché le filiere alimentari sono fragili: dipendenti da poche rotte, poche fonti energetiche, poche materie prime – petrolio, fertilizzanti, mangimi – concentrate in poche aree del mondo. Quando un corridoio commerciale salta, l'onda d'urto arriva fino allo scaffale. Lo abbiamo scritto quando l'AGCM ha aperto l'indagine sul ruolo della GDO: la mancata transizione energetica, la crisi climatica e la scarsa digitalizzazione delle filiere sono i fattori chiave che più hanno contribuito all'inflazione alimentare. E in qualche modo hanno creato il terreno per quelle tendenze — fisiologiche o patologiche, questo resta da accertare — degli operatori ad approfittare della situazione, a non abbassare i prezzi tanto rapidamente come li alzano.
Ora, cosa rende una filiera meno fragile? Diversificare le fonti, accorciare le catene di fornitura, ridurre la dipendenza da input energetici fossili, promuovere diete meno esposte alla volatilità delle materie prime globali. Sono tutte cose che in tempo di pace chiamiamo "sostenibilità" e in tempo di crisi chiamiamo "resilienza". Ma sono la stessa cosa vista da due angolazioni diverse. Ed è qui che il carrello diventa il vero campo di verifica.
Perché la sostenibilità del sistema alimentare non si misura dai report ESG o dal numero di claim verdi sulle confezioni. Si misura da quello che finisce nel carrello — dalla composizione reale della spesa, dalla sua qualità nutrizionale, dalla sua accessibilità economica, dalla sua impronta ambientale. È quello che gli addetti ai lavori chiamano approccio basket first: non guardare il singolo prodotto ma il carrello nel suo insieme e chiedersi se, settimana dopo settimana, la dieta che ne risulta è più sana, più sostenibile e meno esposta agli shock. E se oggi la resilienza diventa un obiettivo forzato — perché i missili, il petrolio e l'inflazione non lasciano alternative — allora forse è proprio questo vincolo a spingerci finalmente a costruire quel carrello in modo diverso.
I venti di guerra ripropongono all'orizzonte le stesse dinamiche eccezionali del periodo Covid e ci fanno sentire impreparati, sguarniti, disorientati. Le parole del ministro Crosetto al question time alla Camera sono eloquenti: «La situazione è drammatica; sono convinto che mai, negli ultimi decenni, si sia arrivati come adesso sull'orlo dell'abisso».
«La resilienza non è più lo sfondo della sostenibilità; è il punto di partenza — è il fondamento su cui sostenibilità, produttività e crescita oggi poggiano», scrive Frontiers in Sustainable Food Systems in un editoriale uscito il 2 marzo, due giorni dopo la partenza dei missili. Tempismo involontario ma scontato, visto come il mondo si sta muovendo.
A Londra, alla conferenza dell'Institute of Grocery Distribution "Sustainable Foods", retailer e logistica si sono ritrovati a discutere di come si costruiscono supply chain che non crollano quando salta un corridoio commerciale. Gli inglesi sono forse i più attenti a questo tema: il manifesto a firma M&S, Co-op e altre cento organizzazioni di cui parlavamo la settimana scorsa aveva già individuato la crisi del sistema alimentare come una minaccia alla sicurezza nazionale.
Una buona sintesi di questo scenario e della necessità di trasformazione del sistema alimentare a partire dalla distribuzione l'aveva fatta a febbraio il Barometro della Planetary Alliance sul futuro del cibo. A partire dai casi di Ahold Delhaize, Aldi Nord, Lidl UK, Rewe, Walmart, Danone e Nomad Foods, il think tank internazionale disegnava le aree di alta e bassa pressione della trasformazione alimentare: tempo soleggiato per le soluzioni che allineano l'ambiente di scelta alle diete salutari, sereno variabile per la diversificazione delle proteine, nubi dense sull'approccio basket first — proprio quello di cui parlavamo sopra.
Fino a sei mesi fa era roba da convegno: chi c'era a ottobre allo Human & Green Retail Forum ricorderà che è esattamente quello che abbiamo discusso e proposto come sperimentazione nella GDO italiana. Oggi, almeno in UK e nel resto d'Europa, è roba da consiglio di amministrazione. Da noi le cose vanno a rilento ma la spinta verso quelle soluzioni e sperimentazioni oggi forse può trovare nuovo impulso.
Quando il petrolio fa un salto del 12% in 48 ore la priorità diventa distribuire lungo la filiera l'extra costo senza perdere volumi. Ma è proprio qui che serve coerenza: è nei momenti di crisi che i leader esprimono al meglio il loro potenziale di guida e la capacità di compattare un intero settore.
E se mai servisse, c'è anche un'altra importante motivazione per intraprendere percorsi di resilienza nella GDO: la reputazione. Infatti, se i venti di guerra stanno ricreando le premesse inflattive che hanno motivato le indagini dell'AGCM, oggi c'è l'opportunità di osservare in diretta la dinamica di formazione dei prezzi e renderla trasparente, dando finalmente prova delle capacità di shock absorber di cui il settore può e deve dare dimostrazione.
Il nostro compito è provare a raccontare queste dinamiche, augurandoci di trovare dall'altra parte qualcuno disposto a rendere conto — con dati, non con narrative — di come la distribuzione moderna sta costruendo filiere che reggono, prezzi che non escludono e carrelli che nutrono davvero.