Una startup di Sassari ricava dagli scarti delle radici calabresi un additivo antimicrobico per le vaschette. Nei test la frutta dura fino a tre volte di più. Ora la sfida è passare dal laboratorio allo scaffale
Chi lavora nel reparto ortofrutta lo sa bene: la fragola è tra i prodotti più delicati da gestire. Basta un giorno di troppo sul banco perché compaia la muffa grigia e la vaschetta finisca tra le perdite. Un danno per i margini di utile, ma anche per l’ambiente, perché ogni confezione buttata si porta dietro l’acqua, l’energia e i trasporti serviti a produrla. Una possibile risposta arriva da un ingrediente inatteso: la liquirizia. O meglio, quello che ne resta dopo la lavorazione.
Le radici di liquirizia calabresi, destinate all’industria dolciaria e farmaceutica, lasciano una peluria fibrosa che finora non aveva alcun valore. Se ne producono centinaia di tonnellate l’anno, che spesso restano sul terreno o finiscono smaltite. Alkelux, startup deeptech fondata nel 2024 a Sassari dal chimico Matteo Poddighe, dottore di ricerca dell’ateneo sassarese, ha deciso di farne una materia prima.
In laboratorio la peluria diventa un additivo di nanoparticelle a base di carbonio, i cosiddetti “nano-polymer dots”. Inserite nella pellicola delle confezioni, danno vita a un imballaggio “attivo”: una confezione che non si limita a contenere, ma combatte i microrganismi che fanno marcire la frutta.
Per chi vende, il dato che conta è questo: secondo Alkelux, nella nuova vaschetta le fragole possono restare sul banco fino a una settimana in più, cioè fino a tre volte più a lungo che in una confezione tradizionale. Il merito sarebbe di un’azione ad ampio spettro contro funghi, batteri Gram-positivi e virus, con una carica virale abbattuta fino al 98% su alcuni ceppi. Contro la Botrytis cinerea, il fungo della muffa grigia, la protezione dura 8-9 giorni quando l’additivo è inserito nel film, a fronte dei 14 del principio attivo puro: un calo atteso, ma l’efficacia resta.
Si tratta di dati aziendali, non ancora pubblicati su riviste scientifiche. E nessun imballaggio potrà mai sostituire una catena del freddo ben gestita, il giusto grado di maturazione e il controllo dell’umidità.
Oggi la produzione si ferma a circa 10 chilogrammi l’anno. Per crescere, a maggio la società ha chiuso un round seed da 970 mila euro con il Foodtech Accelerator di CDP Venture Capital ed Eatable Adventures, Banco di Sardegna e La Gemma Venture. I fondi servono all’impianto pilota di Sassari, che punta a 4,5 tonnellate annue, e alle certificazioni: trattandosi di sostanze in nanoforma a contatto con gli alimenti, sono necessarie le verifiche previste dalle norme europee e dalle linee guida dell’EFSA. Il passo successivo, un impianto industriale in Calabria, è legato a un nuovo round da almeno 3 milioni.
Per la distribuzione la partita è doppia: meno scarti e un packaging nato da una filiera circolare tutta italiana. E dopo le fragole, l’azienda guarda già a carne, pane e dispositivi biomedicali monouso.