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Nessuna concessione, però, a comportamenti irresponsabili: la biodegradabilità marina va intesa solo come fattore di mitigazione del rischio ecologico.

È possibile risolvere l'enorme problema dell’inquinamento marino da plastica usando, in alternativa, prodotti in plastica biodegradabile e compostabile? La scienza, in realtà, ci dice che qualsiasi sostanza, materiale, prodotto rilasciati in natura crea un potenziale rischio ecologico: anche versare in mare dell’olio di oliva da una scatoletta di tonno è un potenziale danno per l’ecosistema marino. Va da sé che se invece di gettare dell’olio di oliva biodegradabile, che ha una vita tendenzialmente breve, gettiamo dell'olio non biodegradabile, il danno potenziale è decuplicato.

In ogni caso, a prescindere dalla biodegradabilità, il rilascio incontrollato deve essere stigmatizzato e il fine vita dei prodotti compostabili deve continuare ad essere quello per cui sono stati progettati: il compostaggio industriale attraverso la raccolta differenziata e il recupero degli scarti di cucina e del giardino, con il compost che diventa strumento indispensabile per risolvere il problema del degrado dei suoli, sempre più poveri di carbonio e, quindi, sempre più infertili. Se però, come purtroppo accade con gli imballaggi di qualunque materiale (vetro, alluminio, carta, ecc.), il sacchetto in Mater-Bi non viene recuperato ma abbandonato in natura, cosa succede? Per rispondere a questa domanda, Novamont ha curato un importante programma di studi scientifici, in parte svolti nei propri laboratori e in parte commissionati ad alcuni enti di ricerca e a Roma ne ha resi noti i risultati.

Gli studi, coordinati da Francesco Degli Innocenti, responsabile della funzione Ecologia dei Prodotti e Comunicazione Ambientale di Novamont, sono stati articolati su 3 ambiti: la biodegradabilità intrinseca marina (laboratori Novamont), la disgregazione in ambiente marino (Hydra) e l’ecotossicità rilasciata nei sedimenti per effetto della biodegradazione (Università di Siena) di sacchetti frutta/verdura realizzati in Mater-Bi.

BIODEGRADABILITA’ IN AMBIENTE MARINO

I materiali plastici in Mater-Bi sono stati analizzati applicando dei nuovi test di biodegradazione standardizzati a livello internazionale. I prodotti sono stati saggiati utilizzando la metodologia dello standard UNI EN ISO 19679:2018 (Materie plastiche - Determinazione della biodegradazione aerobica di materiali plastici non fluttuanti nell'interfaccia acqua di mare/sedimento sabbioso - Metodo mediante analisi del diossido di carbonio). Il metodo prevede l'esposizione dei campioni di plastica ai microorganismi presenti nei sedimenti marini e la misurazione della trasformazione della plastica in anidride carbonica.

Le prove eseguite dai ricercatori dei laboratori Novamont, alcune delle quali verificate all'interno del programma pilota della Commissione Europea "Environmental Technology Verification", hanno mostrato che il Mater-Bi esposto a microorganismi marini si comporta in modo simile, per livello e tempistiche, ai materiali cellulosici (es. carta). Il Mater-Bi raggiunge alti livelli di biodegradazione, sostanzialmente uguali a quelli raggiunti dalla carta usata come materiale di riferimento, in un periodo di test inferiore ad un anno. Infine, è stato dimostrato che la velocità di biodegradazione aumenta al diminuire delle dimensioni delle particelle sottoposte a test. Questo significa che il Mater-Bi non rilascia microplastiche persistenti, in quanto biodegradabili completamente nel giro di 20-30 giorni, come richiesto dalle linee guida dell'OCSE.

DISGREGAZIONE IN AMBIENTE MARINO

Gli esperimenti sono stati condotti da Christian Lott, ricercatore dell’istituto tedesco di ricerca e documentazione di biologia marina Hydra Marine Sciences GmbH nella base all’Isola d’Elba dell’istituto. La prova ha riguardato i sacchetti compostabili frutta e verdura. In pratica, sedimenti sabbiosi, prelevati da differenti zone costali dell'Elba (Marina di Campo, Portoferraio, Naregno e Fetovaia) sono stati introdotti in acquari con acqua marina in modo da simulare il fondale marino ove i rifiuti tendono naturalmente ad accumularsi. I sacchetti sono stati collocati negli acquari e prelevati a tempi differenti per verificare la disgregazione.

L’indagine ha dimostrato che il tempo necessario per una completa sparizione dei sacchetti frutta/verdura in Mater-Bi si aggira tra meno di quattro mesi a poco più di un anno, a seconda della natura dei fondali presi in considerazione e delle loro caratteristiche chimico-fisiche e biologiche. Nello stesso tempo, campioni di analoghi sacchetti frutta e verdura in PE sono rimasti del tutto integri.

ECOTOSSICITA’

Lo scopo di queste indagini, condotte da Maria Cristina Fossi e Silvia Casini nel laboratorio Biomarkers e Impatto Plastiche del Dipartimento di Scienze Fisiche della Terra e dell’Ambiente dell’Università degli Studi di Siena, era quello di valutare una serie di biotest di ecotossicità su tre specie modello di organismi esposti a estratti (“elutriati”) di sedimenti marini inoculati con Mater-Bi o con cellulosa. I sedimenti sono stati incubati a 28°C e testati dopo 6 mesi, quando erano visibili chiari segni di degradazione del Mater-Bi e dopo 12 mesi, quando i campioni inoculati erano completamente scomparsi. Gli organismi modello selezionati per lo studio sono le alghe unicellulari (Dunaliella tertiolecta), il riccio di mare (Paracentrotus lividus) e la spigola (Dicentrarchus labrax). Le alghe unicellulari e il riccio di mare sono state utilizzate per indagare eventuali effetti di inibizione della crescita e di embriotossicità, mentre gli esemplari giovanili di spigola sono stati testati per valutare possibili effetti subletali. Gli elutriati di sedimenti inoculati con Mater-Bi per 6 e 12 mesi hanno mostrato assenza di effetti tossici negli organismi modello esposti in questo studio. Il processo di degradazione del Mater-Bi non ha generato e trasferito sostanze tossiche negli elutriati in grado di provocare alterazioni nella crescita delle alghe unicellulari, embriotossicità nel riccio di mare e stress ossidativo o genotossicità nella spigola.

Tutte queste analisi sono state possibili grazie alle attività pionieristiche introdotte dal consorzio di ricerca Open-Bio presieduto da Ortwin Costenoble dell'Istituto di standardizzazione olandese NEN e finanziato dalla Commissione Europea, che ha messo le basi per lo sviluppo dei metodi di prova marini e la successiva standardizzazione. Secondo Francesco Degli Innocenti, “Tutti i prodotti devono essere raccolti e riciclati, compresi quelli biodegradabili in Mater-Bi, che devono essere recuperati sotto forma di compost insieme ai rifiuti di cucina. Niente deve essere abbandonato né in suolo né in mare in maniera irresponsabile, perché questo crea comunque un rischio ecologico potenziale. La biodegradabilità intrinseca dei prodotti in Mater-Bi rappresenta un fattore di mitigazione del rischio ecologico che non deve diventare messaggio commerciale ma ulteriore elemento di valutazione del profilo ambientale dei prodotti biodegradabili”.

“In meno di un secolo siamo passati da un pianeta vuoto ad un pianeta pieno dal punto di vista della popolazione, delle concentrazioni di gas serra nell’atmosfera, delle quantità di prodotti immessi sul mercato. Se vogliamo affrontare in modo serio e concreto le sfide ambientali e sociali complesse che abbiamo davanti dobbiamo ragionare in termini di valore più che di volumi, in una logica di economia circolare con al centro la qualità del suolo e dell’acqua” dichiara Catia Bastioli, amministratore delegato Novamont. “La rigenerazione di queste preziose risorse richiede di minimizzare l’uso dei prodotti e di ripensarli lungo tutto il ciclo di vita. La capacità di biodegradare in diversi ambienti è una caratteristica essenziale quando sussiste un elevato rischio di inquinamento della materia organica, che, in un mondo pieno, va sempre trattata da una rete efficiente di impianti. Ciò permette di ridare ai suoli humus di qualità, con il duplice effetto di contrastare la perdita di fertilità e di massimizzare il carbon sink. Un approccio che permette al contempo di prevenire l’inquinamento delle acque, per l’80% imputabile alla cattiva gestione dei rifiuti sulla terra”, conclude Bastioli.

Per Rosalba Giugni, presidente di Marevivo, “Quello che sta accadendo al mare a causa della plastica è sotto gli occhi di tutti e occorre un impegno congiunto del mondo della ricerca e dell’impresa per fronteggiare il degrado ambientale che coinvolge l’intero Pianeta. Non dobbiamo dimenticare che l’unica strada per una crescita sostenibile è il passaggio ad un’economia circolare in cui il rifiuto diventa risorsa, ma soprattutto ricordiamo che ognuno di noi è chiamato ad un comportamento responsabile e consapevole delle conseguenze di ogni singolo gesto. Smaltire, dunque, correttamente e non disperdere alcun tipo di rifiuto nell’ambiente è un imperativo categorico”.

Il gruppo Novamont è leader nella produzione di bioplastiche e nello sviluppo di biochemical e bioprodotti attraverso l’integrazione di chimica, ambiente e agricoltura. Con più di 600 persone, ha chiuso il 2018 con un turnover di circa 238 milioni di euro ed investimenti costanti in attività ricerca e sviluppo (5% rispetto al fatturato, più del 20% delle persone dedicate); detiene circa 1.800 tra brevetti e domande di brevetto. Ha sede a Novara, stabilimento produttivo a Terni e laboratori di ricerca a Novara e Piana di Monte Verna (CE). Opera tramite sue consociate a Bottrighe (RO), Patrica (FR) e Porto Torres (SS). È attivo all’estero con sedi in Germania, Francia e Stati Uniti e con un ufficio di rappresentanza a Bruxelles (Belgio). È presente attraverso propri distributori in oltre 40 Paesi in tutti i continenti.